Gli abitanti in Italia sono circa 59 milioni, di cui 46/47 milioni hanno diritto di voto. Quelli che vengono considerati lavoratori sono circa 24,3 milioni. I pensionati, 16 milioni.
I cosiddetti “lavoratori” sono quindi nettamente meno della metà degli abitanti, un po’ più della metà degli aventi diritto al voto.
Per capire effettivamente chi ha dei diritti sul lavoro e chi no, e quali, bisogna guardare più da vicino i 24 milioni e rotti di lavoratori.
Del totale dei lavoratori, infatti, circa 16,4 milioni sono a tempo indeterminato, 2,7 milioni a tempo determinato (i precari) e circa 5 milioni gli autonomi.

I non diritti degli autonomi e quelli dei lavoratori di microaziende
Per avere un quadro di riferimento, soffermiamoci su quelli che, nell’immaginario, sono i principali diritti del lavoro: ferie, malattia, maternità, indennità di disoccupazione, reintegro, tredicesima…
I 5 milioni di autonomi, siano essi veri o finti, ricchi o poveri, questi diritti semplicemente non ce li hanno. Non ho mai capito perché si dà per scontato che un autonomo – qualsiasi sia la sua situazione – debba comunque avere meno diritti. Ma tant’è. L’idea che gli autonomi debbano avere diritti paragonabili a quelli degli altri lavoratori non ha mai avuto voce nel dibattito italiano.
Tolti gli autonomi, restano 19 milioni di persone che invece dovrebbero avere questi diritti, anche se alcuni, i precari, meno.
Ma se guardiamo alla reale composizione dell’imprenditoria italiana, ci rendiamo conto che non è così.
Circa 7,5 milioni di lavoratori sono infatti assunti da microimprese, ossia aziende con meno di dieci dipendenti. Ristoranti a gestione familiare, negozi, società di servizi fatte da parenti e amici, ditte individuali…
In tutte queste realtà i diritti di cui si parlava prima a volte ci sono. In teoria. Ma appare chiaro che l’esercizio di questi diritti non è sempre possibile. Il problema delle microimprese infatti è spesso di semplice sussistenza. E’ difficile, cioè, non fallire. In un’azienda, ad esempio, di tre persone, con margini tirati, non è che uno può prendere e andare in ferie solo perché ne ha diritto. Non per cattiveria, è che l’azienda farebbe fatica a stare a lungo col 30% della forza lavoro in meno. Al di là di come il lavoratore risulta inquadrato a livello contrattuale.
Ai 19 milioni di lavoratori con dei diritti vanno quindi sottratti 7,5 milioni di lavoratori che questi diritti, se ce li hanno, faticano a esercitarli. Si tratta naturalmente di un ragionamento “a spanne”. Chiaramente ci sono dei dipendenti di micorimprese che riescono a esercitare tutti, o quasi, i propri diritti. Ma sicuramente non lo si può dare per scontato.
Siamo quindi a 11,5 milioni di lavoratori che usufruiscono dei diritti sul lavoro. Va però considerato che di questi 11,5 milioni una parte lavora in piccole aziende.
Non ho trovato dati precisi, ma probabilmente circa 2/3 milioni di persone. Nelle piccole aziende i diritti sono spesso esercitabili, ma, realisticamente, non sempre, non tutti e non in tutti i casi.
I dipendenti di medie e grandi aziende, il settore pubblico, sono invece quelli a cui sicuramente interessano i diritti del lavoro.
A spanne, per fare cifra tonda, 10 milioni di persone su 46 milioni di aventi diritto di voto hanno – e possono esercitare – i “diritti sul lavoro” classici dell’immaginario sindacale.
I diritti di questi 10 milioni di persone negli anni non sono certo aumentati, anzi. E i tentativi di tutelare questi diritti sono spesso falliti, incluso l’ultimo referendum.
Bisogna però anche dire che se in Italia ci sono circa 10 milioni di persone che hanno e possono esercitare diritti sul lavoro, ce ne sono altrettanti che pur lavorando o non hanno diritti o, realisticamente, faticano a esercitarli.
Gli inattivi. La classe che la sinistra non riesce a comprendere
Poi ci sono gli “altri”. I rimanenti. I non pensionati che non sono lavoratori.
Quanti sono? 15 milioni di persone.
Più dei lavoratori che possono esercitare pienamente i diritti sul lavoro.
Quindici milioni di persone che pur essendo in età da lavoro non risultano lavoratori e che quindi non hanno diritti sul lavoro. Se li sommiamo ad autonomi e dipendenti di microimprese il confronto tra chi ha pieni diritti e chi no, diventa impietoso: 10 milioni contro 25 milioni.
In Italia, secondo l’Istat, oltre a 1,5 milioni di disoccupati ci sono infatti anche 13,5 milioni di “inattivi”. Persone cioè che sono in età da lavoro ma che non hanno e non cercano lavoro. Anche se spesso, parliamoci chiaro, lavorano eccome.
Quasi un uomo su quattro in età da lavoro risulta inattivo, il 42,7% delle donne (!). Nel complesso circa un terzo di potenziali lavoratori risultano inattivi.
Al di là delle corrette statistiche, non può essere vero che un terzo degli italiani in età da lavoro è inattivo. O meglio, lo è, ma solo in senso tecnico. Se fosse veramente “inattivo”, il Paese sarebbe collassato già da anni. Non è così, ovviamente. Di questi 13,5 milioni di persone la stragrande maggioranza contribuisce al benessere materiale e spirituale del Paese, solo in un modo o in una forma giuridica che non viene considerata lavoro (e che quindi non genera diritti).
Chi sono, quindi, gli inattivi?
Un sacco di gente diversa. 5 milioni sono ragazzi dai 15 ai 25 anni che o stanno studiando o non hanno lavori riconosciuti (dal ricercatore al fattorino al creator, i lavori giovanili che non risultano come lavori sono una marea).
Dentro alla percentuale di inattivi ci sono anche le persone fragili che per vari motivi non possono lavorare. E poi ci sono le casalinghe, tantissime in Italia, fenomeno che spiega perché la percentuale di donne inattive è così più alta rispetto a quella degli uomini. Tra gli inattivi c’è anche una quota – bassa – di ricchissimi. Persone che non lavorano perché devono gestire il loro patrimonio.
E poi c’è tutto il sottoproletariato. Che spesso coincide con il lavoro nero.
Ci sono anche forme di lavoro legali ma che non vengono considerate esattamente lavoro. Pensiamo all’associazionismo o, per fare un esempio d’attualità, gli alloggi turistici che, a differenza dei B&B, non sono attività imprenditoriali.
Milioni di persone, insomma, che non sono affatto inattive. Tutta gente accomunata dal fatto di non avere nessun diritto sul lavoro.
Che fare? Qualche considerazione in ordine sparso
Questi dati, sebbene analizzati superficialmente, mi hanno suscitato alcune considerazioni. La più chiara, riguarda la struttura sottostante al “problema del lavoro” in Italia. Il dato sugli inattivi è davvero enorme e ci indica che esiste un problema relativo a cosa consideriamo lavoro e cosa no.
In questo Paese insomma c’è tanta gente che fisicamente lavora ma che non risulta formalmente lavorare. Gente, dal punto di vista dei diritti del lavoro, invisibile. Lavoratori senza un’identità lavorativa riconosciuta. E che, tra l’altro, spesso non la vogliono nemmeno. Perché, penso, averla significherebbe accedere a pochi diritti pagando però parecchie più tasse.
In questa massa enorme di inattivi il dato sulle donne indica, inoltre, l’esistenza di una questione femminile all’interno del mondo del lavoro. Più del 40% di donne in età da lavoro non risulta lavorare. Sembrerebbe un problema più rilevante di alcune battaglie linguistiche poco motivate eppure molto più note.
Entrambi questi dati andrebbero in qualche modo quantomeno comunicati. Far capire che a livello sociale si è almeno consapevoli del fenomeno.
Devo ammettere che mi sembra che la sinistra fraintenda la reale composizione del mondo del lavoro molto più che la destra. Le frasi più sconnesse dalla realtà che ho sentito, devo dire, vengono da sinistra, ossia dalla mia parte politica.
Frasi tipo “i contratti a tempo determinato sono il fondamento del lavoro”, appaiono come boutade, se paragonate alla reale situazione del lavoro. Queste frasi da boomer andrebbero il più possibile limitate, sicuramente in pubblico, ma anche in privato. Perché tendono a far innervosire i cittadini non sindacalizzati.
Altra considerazione politica che mi viene da fare è che in una battaglia elettorale “più diritti” contro “meno tasse” – ossia la propaganda tipica delle elezioni in Italia – la sinistra parte in grande svantaggio numerico a favore della destra.
Le persone direttamente interessate alla riduzione delle tasse sono infatti molte di più di quelle direttamente interessate all’aumento dei diritti. Questo perché il numero di dipendenti pubblici e di medie e grandi aziende è largamente minore rispetto a coloro che pagano le tasse.
Perché c’è da dire che il sistema fiscale italiano è molto capillare e arriva a coinvolgere non solo chi lavora con pochi diritti, come gli autonomi e le microimprese, ma sostanzialmente chiunque ha una proprietà, una casa, un’auto, un televisore…ossia praticamente tutti.
Le persone direttamente interessate ai diritti del lavoro sono comunque molti di più di quelli direttamente interessati ai diritti civili di cui si discute in questi anni. Su questo, la linea che mi pare stia tenendo il PD sembra comunque un po’ più efficace di una propaganda fatta esclusivamente sui diritti civili.
L’ultimo referendum, tra l’altro, ha dimostrato che chi ha a cuore i diritti sul lavoro non sempre ha a cuore i diritti degli altri, come nel caso della cittadinanza. Nell’ultimo referendum non pochi sono andati a votare per aumentare i propri diritti sul lavoro e contestualmente non aumentare quelli degli altri. Un vero capolavoro reso possibile dalla lungimiranza dei promotori referendari.
Certo non è semplice capire cosa fare relativamente alla questione “diritti contro riduzione delle tasse”. Perché chiaramente la destra ha buon gioco a contrapporre le due questioni, sapendo di avere maggiore consenso. E continuerà ad avere buon gioco finché la popolazione percepirà lo Stato in modo negativo.
La risposta vera sarebbe, infatti, di avere uno Stato efficiente. Ma nel frattempo (campa cavallo) penso comunque che la propaganda di sinistra sarebbe più efficace se provasse a tenere separate le due questioni. Rispetto alle tasse, se non si vuole ridurle, bisognerà pur rivendicarne il motivo, un po’ come fa Piketty. In ogni caso a sinistra una posizione condivisa sulla questione fiscale andrà pur trovata e contrapposta a quella di destra. Meglio rivendicare una posizione perdente che non dir nulla.
Rispetto ai diritti, la battaglia dovrebbe essere più su estenderli a più persone che su aumentarli a chi già ce li ha. Credo sia più facile motivare i dipendenti pubblici a sostenere i propri figli che viceversa.
Il reddito di cittadinanza da questo punto di vista ha fatto scuola. Quando si tratta di dare diritti a masse di persone che prima non li avevano, la propaganda funziona meglio. E su questo la sinistra potrebbe riuscire ad avere largo consenso, a scapito della destra. E’ quasi imbarazzante che ci siano voluti i Cinque Stelle per esplicitare questa realtà.
Argomenti come il salario minimo vanno benissimo, però occhio a insistere solo su quello, ché si tratta comunque di una proposta che riguarda solo chi ha contratti a cifre inferiori. Ci sono sempre milioni e milioni di persone che invece non ritengono il salario minimo una questione rilevante. La proposta di riferimento sul lavoro, insomma, parlando in termini di pura convenienza elettorale, sarebbe meglio riguardasse la maggioranza delle persone, o quantomeno non la minoranza della minoranza, come spesso facciamo a sinistra.
C’è poi una questione che è emersa mentre parlavo con Fabio relativamente al modo di considerare e intendere i diritti. Parlando dei referendum, Fabio mi diceva che dopo anni di studio della storia ha capito che “i diritti di pochi si chiamano privilegi”.
Ciò significa che l’idea stessa di diritto va intesa anche in senso quantitativo. In effetti, nessuno si sognerebbe mai di dire che i nobili francesi prima della rivoluzione avessero il diritto di mangiar bene. Diciamo tutti, giustamente, che erano dei privilegiati perché mangiavano bene mentre ampi strati della popolazione erano in condizione di estrema povertà. Privilegi e diritti insomma possono trasformarsi gli uni negli altri in relazione a quante persone ne usufruiscono.
Se penso a quali sono i diritti più rilevanti in Italia, mi viene subito da pensare al diritto all’istruzione e alla sanità. Li considero i diritti principali perché tutti possono accedervi. Tutti i bambini accedono all’istruzione, tutti i malati alla sanità. Non conta come le persone si sono comportate, come sono posizionate nella struttura sociale, di chi sono figlie.
I diritti del lavoro, come abbiamo visto, non sono per tutti. Non tutti quelli che lavorano hanno gli stessi diritti, che dipendono invece da una miriade di diverse situazioni, molto difficili da armonizzare.
Secondo i conti fatti prima, i lavoratori che hanno pieno accesso al corpo integrale dei diritti sul lavoro sono molti meno della metà dei lavoratori. E già oggi, infatti, ci sono ambienti in cui i diritti del lavoro vengono apertamente considerati puri e semplici privilegi. Nel complesso della società – che ha ancora al suo interno molti pensionati – probabilmente non vengono considerati privilegi, finora. Li continuiamo infatti a chiamare “i diritti sul lavoro”. Però attenzione, perché più il numero degli aventi diritti diminuisce, più verranno considerati privilegi.
Insomma, al di là di aver più chiara la situazione per evitare propagande e battaglie surreali e perdenti, a me vengono proprio dei dubbi sul modo complessivo in cui vengono considerati i diritti sul lavoro.
Ultima cosa. La crescente e ormai endemica astensione elettorale ha sicuramente a che fare col modo in cui si parla del lavoro in Italia. Se per anni fai finta che milioni di persone non esistano, prima o poi quei milioni di persone ti ripagheranno con la stessa moneta.